L’incidenza del Covid sulle categorie di persone in difficoltà.
Un focus sull’abbandono dei senza dimora da parte delle politiche dell’#iorestoacasa.
Processo estetico della marginalità.
Il Covid-19 è dilagato producendo vittime in ogni dove sul pianeta, strappando vite e
trasformando le nostre giornate in una quotidianità triste, grigia e noiosamente ripetitiva.
Abbiamo iniziato ad utilizzare termini come DAD, come Smart working, come lezioni
online. Ci siamo arresi al fatto che perdere quel contatto umano, quella discussione fluida ed
immediata, quella spontaneità, è necessario affinché in un futuro prossimo si possa rientrare
alla normalità delle cose.
Più volte ci si è chiesti, però, se questa normalità che tanto attendiamo e rimpiangiamo non
fosse il problema.
In effetti, il Covid, ha semplicemente messo in risalto ed esaltato problemi e crepe già
esistenti nella società e che, anzi, forse ne sono proprio le colonne portanti.
Riflettere assieme su questo, a parer mio, non solo è importante, ma si rende necessario
nell’ottica in cui si vuol far tesoro di questa esperienza mostruosa dai tratti apocalittici.
Sembra di essersi svegliati nel bel mezzo di un futuro distopico, ma a guardarsi bene intorno,
fa male crederlo, certe dinamiche non sono mai cambiate e con disillusione ci si risveglia
nella realtà, un 2021 tristemente vecchio, atavico, che crea ribrezzo a chi, come me, spera nel
meglio.
Il Covid ha prodotto una nuova fetta della povertà italiana, ha affollato le mense della Caritas
e gli sportelli d’ascolto.
Ha triplicato i numeri delle donne vittime di violenza domestica che hanno intasato le linee
dei centralini dei centri antiviolenza.
Ha portato giovani, e meno giovani, a vendere l’anima a sostanze pericolose, in grado di
ucciderli, o a colmare i pomeriggi di solitudine tracannando speranza da una bottiglia piena
invece solo di sogni infranti.
Il Covid non si è fermato qui. Ha aumentato i numeri di persone affette da problematiche tra
le più varie: dai disturbi dell’umore ai disturbi alimentari, fino ad arrivare alla più atroce
malattia, la depressione.
Questo infame, ha lasciato molte persone per strada, ha invaso le strade di persone pericolose
alle quali prima, forse forse, mossi a compassione lasciavamo un euro fuori al supermecato o
nei vicoli del centro.
Ora invece, meglio stare lontani.
Ecco, il Covid non ha fatto nulla di tutto ciò. Il Covid ha spietatamente mostrato tutte le
fragilità della nostra società e della nostra cultura.
Mi piace pensare che La Città Invisibile, a suo modo, combatta quel concetto estetico che
abbiamo ereditato da una civiltà bellissima (l’antica Grecia), reiterato e estremizzato che ci
porta a coniugare Bellezza e Bruttezza alla morale.
Il concetto di KALOKAGATHIA è esattamente questo; un ideale di perfezione estetica e
morale. Ma ahimè, noi non siamo all’altezza di quel popolo splendido e non sappiamo
maneggiare un argomento così complicato e Nietzsche ci aveva avvisati.
Purtroppo questo utilizzo mediatico e massificato ci ha portati a fuggire dall’orrido, da ciò
che è brutto perché ci fa paura e perché automaticamente lo rigettiamo, lo sputiamo, gli
voltiamo le spalle perché moralmente cattivo.
Mi sembra evidente come alcune di quelle categorie di persone svantaggiate ed escluse dalla
società siano portatrici massime della lettera scarlatta.
Ed è così che il tossico non lo si vuol vedere, il barbone è da evitare, il detenuto se lo merita,
il pazzo .... basta che sia tenuto sotto controllo.
Quello che mi piace di ciò che facciamo in questo centro è il recupero di tutte queste persone,
reietti della società (anzi, per la società), che da noi hanno un nome, hanno una dignità, hanno
diritto ad esistere.
Sono gli Invisibili, quelli che passano inosservati agli occhi degli altri e che invece ogni
giorno da noi vengono a raccontarsi, lasciano il segno, non solo di un fugace passaggio su
questa terra, ma un segno tangibile, reale.
Ciò che ha fatto il Covid non è stato creare queste persone, è stato far in modo che
divenissero ancora più Invisibili di quanto già lo fossero.
Nella pratica questo si riduce nel fatto che l’unico modo per ripararsi da questo virus killer sembra essere rimanere dentro casa e ridurre i contatti al minimo, ma queste persone non ce
l’hanno una casa e non ci possono stare e a nessuno interessa.
Bisogna bardarsi di mascherine - più ne metti, meglio è- e avere sempre a portata di mano un
gel disinfettante.
Lavarsi spesso le mani, curare la propria igiene e passare ore ed ore seduti su un divano o
davanti alla schermata di un pc per lavorare, studiare, insegnare...
Tutte cose che ci sono sicuramente pesate e che nei casi di predisposizione a disturbi del
comportamento hanno prodotto un’ ipostimolazione che ha esacerbato una serie di pensieri ed
azioni disfunzionali.
Ma in quelle giornate di desolazione, in cui i media riprendevano le strade delle città, anche
le più grandi, vuote tanto da far paura, loro dove erano?
Gli Invisibili, cosa facevano?
Un focus sull’abbandono dei senza dimora da parte delle politiche dell’#iorestoacasa.
Quali sono stati, dunque, nel concreto le conseguenze dell’emergenza pandemica sulle
persone ai margini della società nel nostro paese?
Innanzitutto è incrementato il tasso di violenze domestiche, o quantomeno delle chiamate di
richiesta d’aiuto da parte delle vittime ai centralini d’ascolto preposti dai servizi appositi.
Non è strano, e non è un dato che dovrebbe sconvolgerci, in una società ancora fortemente
patriarcale, ed in un momento in cui si è stati costretti (e forse lo saremo per altro tempo) a
stare dentro casa, e per molte ciò ha comportato vivere a stretto contatto con il proprio
carnefice, senza possibilità di distrazione o attività secondaria rispetto alla cura della casa.
Inoltre, nella prima fase della pandemia, quando ancora molti lavori erano attivi e le scuole
hanno chiuso, molte donne si sono trovate a dover gestire il lavoro ma anche un’attenzione
maggiore nei confronti dei figli costretti a casa.
Ancora una volta la donna si è dovuta far carico della visione culturale che la delega al
servizio di cura, sia esso inerente alla casa, ai bambini o a quello degli anziani non
autosufficienti, che in questo periodo hanno necessitato di maggior attenzione.
Da sempre la donna vuol dire cura, perché emblema della maternità, dell’accudimento.
E da sempre è la donna a doversi limitare, dovendo rinunciare al lavoro lì dove la famiglia
necessita di un aiuto ulteriore; dunque, non è un caso neppure il fatto che il tasso di
disoccupazione durante la pandemia abbia interessato prevalentemente il sesso femminile.
Un'altra delle categorie colpite dalle conseguenze del covid, di certo è stata quella del
tossicomane.
Durante il cosiddetto lockdown abbiamo sperimentato una chiusura forzata (di certo
funzionale alla battaglia contro il virus) che ha messo, però, in una situazione di svantaggio i
tossicodipendenti.
Questo perché di sicuro la reperibilità della sostanza stupefacente è stata inferiore, se non
addirittura nulla.
Peraltro le normative dettate dai vari DPCM che si sono conseguiti in questo anno
obbligavano all’utilizzo di un’autocertificazione per gli spostamenti anche più vicini.
Di certo l’acquisto di sostanze non rientra tra le motivazioni autorizzare
dall’autocertificazione.
Per cui, il tossicodipendente, soggetto alla dipendenza da sostanza ha più volte rischiato
sanzioni al fine di recuperare la droga durante le crisi di astinenza.
Il rischio vero, però, è stato rappresentato dalla chiusura dei servizi legato al trattamento delle
dipendenze. I SERD si sono dovuti adattare alle nuove e pericolose minacce del virus.
Molti hanno prolungato l’affido del farmaco sostitutivo, con il conseguente rischio che il
paziente che ne faceva uso utilizzasse il totale della sostanza in meno tempo di quello per il
quale era stata affidata.
L'altro rischio in cui si incorre utilizzando una procedura simile è quello dello spaccio del
farmaco. Ovvio è che sarebbe stato facile comprendere se un paziente avesse utilizzato
l’intera dose del farmaco (o l’avesse venduta) in poco tempo, però, retroattivamente non è
possibile fare granché.
In una situazione già di per sé dura quale quella della reclusione, le visite dei famigliari o
delle associazioni di volontariato esterne alla struttura, molto spesso sono l’unico motore che
tiene in vita i detenuti e che dà loro una speranza.
Il Covid ha spazzato via queste risorse e i detenuti (soprattutto quelli che non avevano aderito
ad alcuna attività sportiva o che non erano iscritti a corsi di studio) si sono ritrovati di punto
in bianco senza un appiglio alla realtà esterna.
Ecco il motivo delle tanto discusse rivolte avvenute in varie case circondariali lo scorso anno.
Nulla giustifica la violenza, ma, i rivoltosi hanno combattuto una battaglia che, in vero, non
sarebbe dovuta esserci, in quanto il diritto all’utilizzo di apparecchi elettronici al fine di
svolgere videochiamate con parenti e persone care era già riconosciuto da alcuni anni.
Mi ha sorpreso un’intervista ad un ex-detenuto il quale ha trascorso gran parte della sua vita
in varie carceri italiane.
La sua analisi, molto lucida direi, mi ha fatta riflettere. Questo ragazzo ha sottolineato quanto
lo Stato, ancora una volta, si sia mostrato debole e capace di un ascolto solo lì dove costretto
da un atto di violenza.
Mi ha persino detto “ma ti rendi conto di quanto sia diseducativo ciò che hanno fatto? Hanno
riconosciuto un diritto che già c’era previsto per il detenuto italiano solo quando ci si è
imposti con la forza. Quindi che messaggio può mai mandare uno stato simile?”.
Un'altra categoria di cui poco si parla è quella dei disturbi psichiatrici.
Anche in questo caso famiglie su famiglie si sono dovute far carico di problematiche senza i
mezzi e le competenze per farlo.
Non è stato possibile accedere ai servizi, e anche le sedute psicoterapeutiche si sono dovute
riadattare rispettando le norme anti-contagio.
Sono iniziati i servizi online, colloqui su piattaforme digitali, che annullano qualsivoglia
residuo di umanità. Certo, meglio di niente... ma chi non ha la possibilità di seguire un
percorso simile a pagamento?
Anche in questo lo Stato non è intervenuto, e i servizi di consulenze gratuite sono state poche
iniziative individuali, chiaramente non retribuite.
L'ordine degli psicologi, in maniera anche abbastanza tempestiva, aveva esortato gli psicologi
italiani ad offrire consulenze telefoniche gratuite. Molti sono stati i dottori e le dottoresse che
hanno raccolto l’invito e trasformato in realtà l’iniziativa.
Chiaramente, però, con il solo volontariato non si mangia, e non ci si poteva aspettare che
senza un investimento da parte dello Stato le cose procedessero così per lungo tempo.
Questo scopre uno dei nervi scoperti della nostra cultura, che tende ad esorcizzare le malattie
mentali e i disturbi del comportamento.
Nel 2021 continuiamo ad essere restii all’utilizzo del colloquio terapeutico con lo/a
psicologo/a.
Andare da un terapeuta e parlare di una depressione ed andare da un comune dottore per
parlare di un mal di testa, ad oggi, sono ancora cose molto distanti.
La prima è condannabile e soggetta al giudizio pubblico, la seconda no, è “normale”.
uno psicoterapeuta simile non passi minimamente nel calendario delle esigenze sanitarie del
paese.
E questo, in un quadro simile a quello che si è prospettato durante la pandemia, comporta
che, chi non può permettersi di pagare un’analista ogni settimana fior fiori di quattrini e che,
comprensibilmente, ha sviluppato problemi di ansia, disturbi del comportamento, doc e
quant’altro è costretto nell’angolino a subire le proprie paure.
Per non parlare poi dell’immigrazione e di tutti gli stranieri (ma anche italiani) costretti a
“lavorare” (se si può chiamare lavoro) ancora di più all’interno dei campi, molte volte gestiti
da caporali ingiusti, mafiosi e violenti, all’interno delle campagne isolate dei paesi del sud per
produrre quanta più frutta, verdura e scorte per i migliori supermercati presi d’assalto durante
i primi mesi della pandemia.
Queste persone, costrette a lavorare in condizioni pietose il più lontano possibile dalle
normative anti-contagio seguite negli uffici pubblici, sono state, per la prima volta, in risalto
su qualche testata giornalistica.
A tratti sono stati quasi gli eroi della pandemia, come se in circostanze normali non
esistessero, non fossero ugualmente sfruttati per riempire le tavole degli italiani tutti.
Eppure, nessuno per loro ha fatto nulla.
In ultimo, ma non per questo meno importanti, i nostri amici.
Le persone che tutti i giorni si rivolgono al servizio del centro diurno a bassa soglia della città
invisibile. Gli invisibili: quelli che non hanno nome né storia, quelli che abitano in via
Termoli, 1.
I senzatetto, senza dimora, barboni, clochards che dir si voglia.
Quelli esclusi dalla politica dell’#iorestoacasa, costretti al freddo, alle intemperie, al rischio
di contagio, alla derisione e paura dei passanti, perché “sono loro che possono mischiarcelo”.
Quelli che, non solo il danno anche la beffa, sono stati multati in varie città d’Italia perché in
strada senza una “giusta motivazione”.
Le persone che non hanno un soldo in tasca per acquistare una mascherina, né un gel
disinfettante e alle quali è richiesto un tampone per recarsi all’interno di servizi quali
dormitori, centri diurni e così via.
Sì, tutto giusto, ma questo tampone da chi è pagato?
Di certo non da chi ha bisogno di fare la fila in una Caritas per assicurarsi un pranzo a pranzo
e a cena.
I senza dimora hanno pagato forse il prezzo più caro della pandemia.
Sono stati emarginati, ancor più di quanto già lo fossero,
Sono stati sbeffeggiati, da chi pretendeva che non si trovassero per strada pur non avendo una
casa.
Gli è stato chiesto un documento che certificasse la loro negatività, quando un tampone costa minimo trenta euro, se trovi un centro conveniente che te lo faccia a questo prezzo.
Per di più non sono state preposte strutture utili all’isolamento in caso di positività del senza
dimora, se non per quanto riguarda rare eccezioni ad opera del terzo settore.
Un altro problema che riguarda queste persone, e che è presente tutto l’anno, a prescindere
dall’emergenza attuale, è il post-ricovero ospedaliero.
Gli ospedali non hanno tempo né spazi per poter tenere una persona per mesi all’interno di un
letto.
Eppure, una persona che ha avuto una frattura scomposta alla gamba, o qualsiasi altro tipo di
problema medico, necessita di riposo, tempo e cure, nonché di un periodo di riabilitazione.
Ma come questo può avvenire se una volta uscito dall’ospedale, una persona, non ha una casa
o un rifugio in cui andare?
Sono problematiche, queste, alle quali le politiche sociali devono rispondere, non solo in un
momento di crisi come questo.
Chiaro è che il Covid ha reso ancora più urgenti di quanto già lo fossero (se questo è
possibile) certi temi relativi all’emarginato.
Eppure, di risposte, all’orizzonte ancora non se ne vedono.
Articolo di Maira Pece
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