In un Paese in cui la retorica meritocratica investe l'istruzione e ne rinomina il ministero, la scuola e l'università sono a loro volta investite del compito di formare lə migliori, lə "meritevoli", e di lasciare indietro lə incapaci.
E quando lə incapaci si tolgono la vita, con la convinzione di non avercela fatta, la scuola e l'università lə liquidano con tre minuti di silenzio, poi tornano alle loro priorità.
La tragedia del 1 febbraio, consumatasi nell'università IULM di Milano, ci insegna che per la nostra società non abbiamo valore in quanto persone.
La morte di una studentessa nella stanza accanto non ha spinto il Senato Accademico a sospendere TUTTE le attività didattiche, compresi gli esami di profitto in corso.
È evidente che l'istruzione, così impostata, ci tratta come capitale umano e funziona come una catena di montaggio il cui operare non può essere interrotto.
Il 12 gennaio scorso abbiamo letto di scene agghiaccianti all'interno di uno stabilimento Amazon, nel quale i dipendenti sono stati costretti a continuare l'attività lavorativa accanto al cadavere di un loro collega, deceduto a causa di un arresto cardiaco e coperto con alcuni scatoloni.
La scelta di proseguire con gli esami di profitto, nonostante il decesso della ragazza, non può che riportarci alla mente quelle immagini.
Quelli che dovrebbero essere i nostri luoghi d'istruzione hanno ormai assorbito le dinamiche proprie della società capitalista in cui viviamo ed è così che, anche la formazione, si trasforma in una spietata corsa verso il successo.
Ci viene chiesto di essere ciechə individualistə, deditə e gratə, tanto da continuare a testarci nel lutto.
Ci viene chiesto il sacrificio del tempo libero, della socialità, delle nostre vite e siamo colpevolizzati se non vogliamo sacrificare, se non ne siamo all'altezza.
Da subito ci insegnano ad essere veloci, performanti, a non fermarci mai; non ci siamo potutə fermare in piena pandemia globale, quando, mentre improvvisamente ci trovavamo a fare i conti con le migliaia di morti che tutti i giorni apparivano sulle prime pagine dei nostri giornali, le nostre università si preoccupavano di rendere il più efficiente possibile la DAD;
non ci siamo potutə fermare quando dopo due anni di pandemia la vita è ricominciata simile a prima e immediatamente ci siamo ritrovatə catapultatə nelle aule sovraffollate delle nostre facoltà;
non ci siamo potutə fermare quando qualcunə non ha retto.
Ma oggi fermiamoci, riprendiamoci il tempo del lutto: un lutto nazionale che deve toccarci tuttə, che non può essere taciuto o liquidato con tre minuti di silenzio.
Quella riportata è solo una delle innumerevoli catastrofi avvenute negli ultimi anni.
È ora di prenderne pienamente coscienza, è ora di pensare ad una riforma radicale, perché il vero fallimento non è quello percepito dalle vittime del sistema, il vero fallimento è un sistema che uccide.
Articolo di Eleonora Giordano e Valentina Marino
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